La lepre di mare che non produceva niente

Esemplare di Dolabella auricularia, la lepre di mare da cui fu isolata la dolastatina 10. Fotografia da Syamsuriadi S., Nur I., Suryani S., International Journal of Zoology and Animal Biology, 6(1), 000441, 2023, Figura 1, licenza Creative Commons Attribution (CC BY).
Nel 1987 George Pettit isolò da 1.600 chili di Dolabella auricularia pochi milligrammi di un peptide che uccideva le cellule tumorali a concentrazioni mai viste. Il mollusco non lo fabbricava: lo mangiava. Da sola, in clinica, la molecola fallì. Legata a un anticorpo è oggi dentro otto farmaci approvati.
Isole Mauritius, oceano Indiano occidentale. Sul fondo delle lagune, fra le alghe, vive un mollusco senza grazia. È lungo fino a quaranta centimetri, bruno, coperto di noduli, con la parte posteriore tagliata di netto come un cuneo. Se lo si tocca emette inchiostro. Si chiama Dolabella auricularia. È una lepre di mare, un gasteropode dell’ordine Anaspidea, famiglia Aplysiidae. La conchiglia ce l’ha, ma ridotta e interna, una lamina sopra la ghiandola dell’inchiostro. Alcuni farmacologi hanno scritto per anni che era un mollusco senza conchiglia. Non è vero. È un dettaglio, ma in questa storia i dettagli contano.
George Robert Pettit, chimico dell’Arizona State University, cominciò a lavorare su questo animale nei primi anni Settanta. Cercava sostanze che fermassero la crescita delle cellule tumorali. Gli estratti della lepre di mare funzionavano nel saggio sulla leucemia P388 del topo, ma il principio attivo non si lasciava prendere. Ci vollero vent’anni. Per isolare la famiglia di peptidi che chiamò dolastatine 10–15, Pettit e i suoi lavorarono 1.600 chilogrammi di animali. La resa fu dell’ordine di 10⁻⁶–10⁻⁷ per cento: circa un milligrammo ogni cento chili. Nel 1987 pubblicarono sul Journal of the American Chemical Society la struttura della dolastatina 10.
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