Martedì 15 settembre i tre bambini di Palmoli dovevano passare qualche ora con i genitori nella casa che il Comune ha dato alla famiglia in comodato. Sono arrivati con le assistenti sociali, i carabinieri e il sindaco. L’incontro è saltato. Il sindaco, Giuseppe Masciulli, ha parlato di «mancanza delle condizioni di sicurezza». Il giorno dopo i bambini sono entrati a scuola a Vasto, a quaranta chilometri di strada di montagna dalla casa. Sono fuori dalla famiglia dal 20 novembre 2025, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila sospese la responsabilità dei genitori. Il decreto depositato il 1º settembre dispone il rientro, ma a tappe: prima di giorno, da ottobre anche la notte nei fine settimana, con i servizi sociali a certificare ogni passo.
Sul merito di quella decisione non abbiamo gli atti, e questo articolo non la giudica. Riguarda un’altra cosa: il sistema in cui i tre bambini sono entrati, che cosa se ne sa con i numeri, e che cosa la ricerca dice dei bambini che vengono allontanati e di quelli che restano.
I numeri li tiene il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attraverso il SIOSS, il sistema informativo dei servizi sociali, che dal 2017 raccoglie i dati di ogni ambito territoriale. L’ultimo rapporto, pubblicato il 5 dicembre 2025, fotografa il 31 dicembre 2024. A quella data i minorenni in carico ai servizi sociali erano 345.083, cioè quaranta ogni mille residenti sotto i diciotto anni. La grande maggioranza vive a casa: il servizio sociale la segue, non la sposta. Fuori dalla famiglia di origine ce n’erano 46.107, compresi i minori stranieri non accompagnati. Tolti questi ultimi, che sono un caso a parte perché non hanno una famiglia in Italia da cui essere allontanati, restano 15.075 bambini in affidamento familiare e 20.592 in servizi residenziali, cioè comunità.
Il rapporto fra i due numeri è il dato che conta. La legge 149 del 2001 dice che l’affidamento a una famiglia è la scelta preferenziale e la comunità è la scelta residuale. I dati dicono il contrario: per ogni tre bambini in una famiglia affidataria ce ne sono quattro in comunità, e la forbice si allarga. Al 31 dicembre 2022 le comunità ospitavano 18.081 minorenni; due anni dopo, 20.592. L’affidamento, nello stesso tempo, è fermo: da 15.218 a 15.075. Il sistema cresce dal lato che la legge voleva residuale.
Minorenni in affidamento familiare e in servizi residenziali in Italia al 31 dicembre 2022 e al 31 dicembre 2024, al netto dei minori stranieri non accompagnati. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Quaderni della ricerca sociale n. 60 (dati SIOSS 2022) e n. 66 (dati SIOSS 2024). Grafico prodotto in redazione: i dati numerici non sono coperti da copyright.
Quanto costa lo dice, per il caso di Palmoli, il sindaco: il Comune versa 7.500 euro al mese per l’accoglienza dei tre bambini. È una cifra dichiarata da una parte in causa e non una statistica, ma è coerente con le rette delle comunità per minori, che si contano in decine di euro al giorno per bambino.
Poi i bambini diventano maggiorenni. Il rapporto ministeriale ne conta 26.053 in carico ai servizi al 31 dicembre 2024, e 3.112 ancora accolti in strutture residenziali. Dal 2017 la legge li chiama con un nome inglese, care leaver, chi lascia le cure, e ha stanziato un fondo per accompagnarli fino ai ventun anni. La sperimentazione nazionale che ne è seguita, gestita dall’Istituto degli Innocenti, ha censito fra il 2018 e il 2023 766 ragazzi in 66 ambiti territoriali di 17 regioni; per 636 di loro è stato avviato un progetto individuale. È il solo seguito sistematico che l’Italia fa a chi esce dal sistema. Nessuno sa, con un dato nazionale, come stanno a venticinque anni i ragazzi usciti dalle comunità italiane: se lavorano, se hanno una casa, se sono tornati in una struttura pubblica di altro tipo. Il Ministero conta chi entra. Chi esce non viene contato.
Per sapere cosa succede dopo bisogna guardare fuori. Una revisione sistematica pubblicata nel 2017 su Children and Youth Services Review da Laura Gypen e colleghi dell’Università libera di Bruxelles ha messo insieme trentadue studi quantitativi su ragazzi cresciuti in affidamento. Gli esiti sono peggiori della popolazione generale in ogni dominio misurato: istruzione, lavoro, reddito, salute mentale, alloggio. Vale nei paesi con sistemi di protezione dell’infanzia orientati al controllo, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, e in quelli orientati al sostegno delle famiglie, come i paesi scandinavi. I due fattori protettivi che emergono con più costanza sono una base stabile, cioè non cambiare casa e non cambiare scuola, e un adulto di riferimento che resti.
Questi sono dati di associazione, e vanno letti come tali. I bambini che entrano in affidamento portano con sé il danno da cui vengono tolti: maltrattamento, trascuratezza, povertà, malattia dei genitori. Il confronto con la popolazione generale misura tutto insieme, l’effetto della famiglia di origine e l’effetto del sistema. Non dice se l’allontanamento abbia aiutato o peggiorato.
Per separare le due cose serve un esperimento, e sui bambini nessuno lo fa. Un economista del Massachusetts Institute of Technology, Joseph Doyle, ha trovato la via di mezzo. In Illinois le segnalazioni di maltrattamento vengono assegnate a rotazione agli investigatori dei servizi sociali, e gli investigatori differiscono molto fra loro nella tendenza a togliere i bambini da casa. Per una famiglia, capitare con l’uno o con l’altro è quasi una lotteria. Doyle ha usato questa lotteria come un esperimento naturale, seguendo per anni i bambini di Illinois nei registri scolastici, giudiziari e del lavoro. Il risultato, pubblicato nel 2007 su American Economic Review, riguarda i casi al margine, quelli in cui un investigatore avrebbe allontanato e un altro no: quei bambini, lasciati a casa, avevano meno arresti da minorenni, meno gravidanze adolescenziali e più occupazione da adulti. L’effetto era più forte per i ragazzi più grandi. Uno studio successivo dello stesso autore, sul Journal of Political Economy nel 2008, trovava lo stesso segno sugli arresti e sulle condanne in età adulta.
Poi la stessa lente è stata puntata su bambini più piccoli, e il segno è cambiato. Anthony Bald, Eric Chyn, Justine Hastings e Margarita Machelett hanno ripetuto il metodo in Rhode Island sui bambini segnalati prima dei sei anni. Lo studio, uscito nel 2022 sullo stesso Journal of Political Economy, trova che l’allontanamento migliora i risultati scolastici e riduce le bocciature nelle bambine, e non ha effetti misurabili nei maschi. Gli autori non trovano una spiegazione nelle caratteristiche delle famiglie né nel tipo di collocamento.
Messi insieme, i due studi dicono una cosa precisa. L’allontanamento non è buono né cattivo in sé. Il conto torna quando il danno a casa è grave e il bambino è piccolo, e non torna quando il caso è al margine e il ragazzo è grande. E i casi al margine sono esattamente quelli su cui gli investigatori non concordano fra loro: sono quelli in cui la decisione dipende da chi la prende.
C’è una ragione strutturale per cui il sistema tende a sbagliare in una direzione sola, e Doyle l’ha messa per iscritto con Anna Aizer in una rassegna del 2018 su Annual Review of Economics. Se un operatore lascia a casa un bambino che poi subisce un danno, la responsabilità è sua e arriva subito. Se allontana un bambino che poteva restare, il danno compare anni dopo e nessuno lo attribuirà a lui. Gli incentivi spingono verso la protezione e lontano dalla famiglia, e lo fanno anche quando l’operatore è in buona fede. Non serve malizia. Basta che l’errore in una direzione abbia un nome e l’errore nell’altra non ce l’abbia.
Lo Stato italiano, altrove, ha già scritto quel principio in una legge. Una madre condannata può tenere con sé il figlio in carcere fino a tre anni nelle sezioni nido, e fino a sei negli istituti a custodia attenuata creati dalla legge 62 del 2011. Al 31 agosto 2026, secondo il Ministero della Giustizia, i bambini reclusi con la madre erano 37, con 32 madri. All’inizio del 2025 erano dodici, a fine agosto 2025 ventuno, all’inizio del 2026 ventisei: il numero è triplicato in venti mesi. L’aumento viene dalla legge 80 del 2025, che ha reso facoltativo il rinvio della pena per le donne incinte e le madri di figli sotto l’anno. Si può discutere se sia giusto. Ma vale la pena mettere le due case una accanto all’altra. Un carcere, anche a custodia attenuata, ha sbarre alle finestre, orari imposti, agenti in corridoio e nessuna stanza in cui una madre stia sola con il figlio. Come ambiente, sta sotto una casa di pietra senza corrente. Come famiglia, è una madre sola con una condanna. Come privacy, non ne ha. L’incontro di Palmoli del 15 settembre è saltato, ha detto il sindaco, perché mancavano sicurezza e privacy. Nei nidi delle carceri lo Stato tiene 37 bambini senza né l’una né l’altra, e lo fa per una ragione che ha scritto in una legge: fra separare un bambino dalla madre e tenerlo con lei in un posto peggiore, il legame pesa più dell’ambiente. È lo stesso criterio che la ricerca suggerisce per l’allontanamento. Lo Stato lo applica a chi ha una condanna, e non a chi ha una casa nel bosco.
C’è infine un conflitto di interessi che è di struttura, non di persone. In molti ambiti territoriali il servizio che scrive la relazione al tribunale e propone il collocamento appartiene allo stesso ente, pubblico o cooperativo, che gestisce le comunità e ne incassa le rette. Chi valuta è spesso chi ospita. Il caso più noto, Bibbiano, è servito a poco per capirlo: l’accusa della procura di Reggio Emilia parlava di un sistema organizzato di affidi illeciti, e il tribunale, il 9 luglio 2025, ha assolto undici imputati su quattordici e ha escluso che quel sistema esistesse. Sono rimaste tre condanne con pena sospesa, una delle quali a un assistente sociale per una relazione non veritiera sulle condizioni di una minore. Il conflitto vero non sta nella malafede di un ufficio. Sta nel disegno che mette il valutatore e il gestore sotto lo stesso tetto, e che nessuna legge italiana oggi separa.
Resta l’ultima domanda: se si allontana, dove. Qui la risposta è l’unica che viene da un esperimento vero. Nel 2000 un gruppo americano guidato da Charles Nelson, Nathan Fox e Charles Zeanah ottenne dal governo romeno di assegnare a sorte 136 bambini abbandonati negli istituti di Bucarest, metà a restare in istituto, metà a passare in famiglie affidatarie create per lo studio. I risultati, pubblicati su Science nel 2007 e seguiti fino all’età adulta, sono netti: i bambini rimasti in istituto avevano un quoziente intellettivo molto più basso sia dei bambini mai istituzionalizzati sia di quelli passati in famiglia, e il recupero era tanto maggiore quanto più presto era avvenuto il passaggio, con una finestra che si chiudeva intorno ai due anni. Gli istituti romeni erano peggiori di una comunità italiana, e la generalizzazione va fatta con cautela. Ma la direzione è quella, e l’Italia ha quattro bambini in comunità per ogni tre in una famiglia affidataria.
Il principio che esce da tutto questo si può dire in una riga. La separazione è un danno certo e immediato; il danno dell’ambiente è un danno da provare. Quando è provato e grave, e il bambino è piccolo, allontanare paga. Quando non lo è, il bambino che resta a casa sta meglio. E se si allontana, una famiglia affidataria batte una struttura, sempre.
Il tribunale dell’Aquila ha giudicato reversibile la misura presa a novembre. È una decisione che si può discutere, e la stanno discutendo tutti. Il pezzo di dato che manca alla discussione è un altro: quanti dei 20.592 bambini nelle comunità italiane sono casi al margine, e chi lo ha stabilito. Non lo sa nessuno, perché nessuno lo conta. I tre bambini di Palmoli, mercoledì 16 settembre, sono entrati in seconda e in quarta elementare.
Bibliografia
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «I minorenni e neomaggiorenni in carico ai servizi sociali, in affidamento familiare e accolti nei servizi residenziali. Dati SIOSS 2024», Quaderni della ricerca sociale, n. 66, Roma, 5 dicembre 2025. https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita-infanzia-e-adolescenza/studi-e-statistiche/qrs-66-report-2024
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «I minorenni in affidamento familiare e nei servizi residenziali attraverso i dati SIOSS. Anno 2022», Quaderni della ricerca sociale, n. 60, Roma, 2024. https://www.lavoro.gov.it/notizie/pagine/dati-sui-bambini-e-gli-adolescenti-fuori-dalla-famiglia-di-origine
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Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, «Sovraffollamento: un’emergenza senza precedenti nell’ultimo decennio», 4 settembre 2026 (dati DAP al 31 agosto 2026). https://www.garantedetenutilazio.it/sovraffollamento-unemergenza-senza-precedenti-nellultimo-decennio/
Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, «Il Dap al 31 agosto: 63.167 persone detenute in Italia, 6827 nel Lazio», 4 settembre 2025 (dati DAP al 31 agosto 2025). https://www.garantedetenutilazio.it/ll-dap-al-31-agosto-63-167-persone-detenute-in-italia-6827-nel-lazio/
Legge 21 aprile 2011, n. 62, «Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori».
Legge 9 giugno 2025, n. 80, conversione del decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica), art. 15.
Tribunale di Reggio Emilia, sentenza di primo grado nel processo «Angeli e Demoni», 9 luglio 2025, come riportata da Il Fatto Quotidiano e Sky TG24, 9-10 luglio 2025.
ANSA, «Mancano sicurezza e privacy, salta l’incontro della famiglia del bosco», 15 settembre 2026.
Articoli precedenti
Donati G., «Ventimila ragazzi soli. Non è un colore, è un’età», Scienzaonline, Attualità, 9 settembre 2026.
Donati G., «Twenty thousand boys alone. Not a colour, an age», ScienceOnline, 9 September 2026.



