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Il corallo del Benin era vivo, ma non è una barriera

Francesco Defler 06 Ott 2026


Una barriera corallina segnalata davanti al Benin negli anni Sessanta e ritenuta morta è stata ritrovata a 54 metri con coralli vivi. Il comunicato parla di una barriera sana con otto tipi di corallo. Il paper, uscito a luglio, descrive un giardino di ottocoralli e non misura lo stato di salute.

 

Profondità delle osservazioni sulla piattaforma continentale del Benin: in arancio la barriera segnalata nel 1963–64 e ritenuta morta, in blu le misure di temperatura e ossigeno e i coralli vivi filmati nel 2025 a 54 metri, in grigio la fascia di piattaforma considerata dagli autori. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Zinzindohoué C.G.F. et al., Frontiers in Marine Science 2026, doi 10.3389/fmars.2026.1848226 (articolo con licenza CC BY). Grafico originale della redazione.


Ad agosto 2025 una sfera di vetro scende sul fondale davanti al Benin, oltre i 50 metri. Dentro c’è una videocamera. Accanto un sensore registra temperatura e ossigeno. Sul fondo ci sono grandi blocchi di roccia, e sulla roccia crescono coralli a ventaglio. Intorno nuotano pesci.
Fra il 1963 e il 1964 lavorava al largo del Benin l’ORSTOM, l’ente francese di ricerca per l’oltremare. Oggi si chiama Institut de Recherche pour le Développement. L’ente aveva segnalato una barriera corallina fra 52 e 56 metri di profondità sulla piattaforma continentale del Benin. La barriera era stata ritenuta morta. Il suo stato è rimasto sconosciuto per sessant’anni.
Coffi Gérard Franck Zinzindohoué, dell’istituto beninese IRHOB, è tornato a cercarla. Con lui c’erano colleghi del Benin, dell’Alfred Wegener Institute e del GEOMAR in Germania, dell’Università di Porto e della National Geographic Society. Il lavoro è uscito su Frontiers in Marine Science il 20 luglio 2026, ad accesso aperto. Il comunicato dell’editore è dello stesso giorno, e ScienceDaily lo ha ripreso il 14 settembre.


Ad aprile e maggio 2025 il gruppo ha trainato un sonar a scansione laterale, uno strumento che disegna il fondale con l’eco del suono. Ha percorso 35 transetti per 11,5 chilometri, su un tratto di circa 7 chilometri da ovest a est. Il sonar ha trovato due zone di fondo duro, a 5,4 chilometri l’una dall’altra. Nella prima alcune strutture arrivano a 208 metri di lunghezza e a 7,4 di altezza. Nella seconda una struttura misura 275 metri e si alza fino a 10,3. Sui bersagli del sonar il gruppo ha mandato un drone subacqueo, due volte, e la videocamera fissa della National Geographic, cinque volte.
A 54 metri le immagini mostrano coralli vivi su substrato roccioso. Sono soprattutto ottocoralli, i coralli con polipi a otto tentacoli. Gli autori contano almeno sei forme diverse di ottocoralli e almeno due di coralli neri, gli antipatari. I coralli duri che costruiscono le barriere sono rari, piccole colonie dal tessuto pallido, fra il bianco e il viola. Non c’è una struttura di carbonato in crescita. Gli autori parlano di giardino di coralli, non di barriera. Intorno ci sono otto specie di pesci, fra cui Holacanthus africanus e Chaetodon robustus.
L’acqua sul fondo cambia molto. Fra 50 e 60 metri la temperatura registrata va da 18,9 a 25,9 gradi. La saturazione di ossigeno va dal 44,5 al 92,5 per cento. Gli autori spiegano che i coralli crescono dentro il termoclino, lo strato in cui la temperatura cala in fretta con la profondità.


Il comunicato descrive una barriera apparentemente sana, con otto tipi di corallo e altrettante specie di pesci. Il paper descrive un giardino di ottocoralli. Gli otto coralli sono forme distinte nelle immagini, non specie identificate. In alcune zone il video mostra colonie morte, ricoperte da idroidi e da serpulidi, vermi che vivono in tubi calcarei. Lo studio non misura la copertura dei coralli e non valuta lo stato di salute.
Il lavoro è esplorativo e lo dichiara. Doveva trovare e confermare, non misurare. Nessun campione fisico è stato raccolto. Le ispezioni video hanno riguardato solo il primo complesso individuato, per limiti di logistica e di budget. Il sonar ha coperto solo una parte dell’area descritta negli anni Sessanta. Gli autori scrivono che è, per quanto sanno, la prima segnalazione di coralli mesofotici vivi sulla piattaforma del Golfo di Guinea. Mesofotico indica la fascia fra la luce piena e il buio, più o meno fra 30 e 150 metri. Gli autori citano la pesca a contatto col fondo fra le pressioni in aumento sulla piattaforma.


La ricerca è finanziata dalla National Geographic Society. Gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse e di non aver usato l’intelligenza artificiale generativa per scrivere il manoscritto. La rivista precisa che i testi alternativi delle figure sono stati generati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e rivisti dagli autori dove possibile.
La profondità è quella segnata nel 1964. Sui blocchi di roccia i coralli sono vivi.


Bibliografia
Zinzindohoué C.G.F., Midinoudéwa H., Akondé B.-N.C., Sohou Z., Schauer U., Fiedler B., Rajan K., Giddens J., «First evidence of live mesophotic coral reefs on the Benin continental shelf», Frontiers in Marine Science, 13, 1848226, 20 luglio 2026, accesso aperto con licenza CC BY. doi: 10.3389/fmars.2026.1848226
Frontiers, comunicato stampa del 20 luglio 2026, «Underwater drones discover coral reefs off Benin, long presumed dead, teeming with life», ripreso da ScienceDaily il 14 settembre 2026 come «A coral reef thought dead for 60 years is teeming with life» (fonte secondaria).



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