
Uno studio internazionale guida Sapienza ha individuato probabili segni di micosi in cinque scheletri umani risalenti tra la tarda Antichità e l'alto Medioevo. La ricerca, apparsa su Scientific Reports, introduce un modello diagnostico innovativo per la paleopatologia.
Metodologia e dettagli dello studio
Mentre oggi le infezioni da funghi sono una preoccupazione sanitaria in crescita, la loro diffusione antica rimane un campo poco esplorato a causa della difficoltà nel distinguere le lesioni micotiche da quelle di altre malattie sui resti scheletrici. Per superare questo ostacolo, il team ha unito la paleopatologia classica alla tomografia computerizzata e alla ricostruzione 3D:
Analisi avanzata: Le tecnologie digitali hanno consentito di esaminare zone interne del cranio altrimenti inaccessibili, come le cavità nasali e le impronte dei vasi meningei.
Nuovo approccio diagnostico: Come spiegato da Ileana Micarelli (Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza), è stato applicato un "threshold method" che suddivide i tratti scheletrici in base alla loro forza diagnostica (fortemente diagnostici, diagnostici o suggestivi) per rendere la diagnosi delle micosi più trasparente e replicabile.
Contesto ambientale e rilevanza storica
L'analisi dell'ambiente rurale della necropoli viterbese di Selvicciola — caratterizzato da corsi d'acqua, terreni agricoli e grotte naturali — suggerisce che il contatto costante con il suolo, gli animali o l'inalazione di spore possano aver facilitato il contagio.
La ricerca rappresenta il primo caso di potenziale infezione micotica identificato su più individui dello stesso sito archeologico. I risultati dimostrano l'efficacia dell'integrazione tra bioarcheologia, imaging digitale e analisi ambientale per ricostruire il quadro sanitario e gli stili di vita delle popolazioni del passato.